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Intervista e video intervista a Duccio Demetrio



Già professore ordinario di Filosofia dell'educazione e di Teorie e pratiche della narrazione, è direttore scientifico della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari. Un incontro interessante per dialogare sul tema del suo ultimo libro Green autobiography, Booksalad editore. Anche l'ambiente ricco di stimoli culturali come testimoniano le immagini che seguono.




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Green autobiography, scrivere sulla natura che non ha voce, ma quel green può essere anche qualcosa che non tramonta mai. La scrittura rende eterno il discorso quindi rimarrà sempre green. Cosa ne pensi?

Pensare ad una natura sempre green grazie a noi è molto difficile, se pensiamo ad una natura arborescente e straordinaria rischiamo di muoverci con una certa retorica a meno che ci assumiamo la responsabilità di riportarla al suo essere green.


Come sei arrivato a questo titolo?

L'ho scelto per più motivi. Il primo, forse il più oscuro per una certa tradizione italiana, perché esiste una letteratura autobiografica nata nel 1600 ancor prima che ci fossero gli Stati Uniti e la dobbiamo ai pionieri di quel paese allora ancora inesplorato. I pionieri nelle grandi solitudini iniziarono a scrivere autobiografie: boschi, foreste dell'Arizona, distese delle praterie ritornano costantemente come straordinari rapporti con gli infiniti orizzonti, ma anche chi si sentiva tagliato fuori nel Nuovo Mondo da ogni universo umano aveva una chance: la scrittura venne loro in soccorso.

E il secondo motivo?

Il termine green esprime internazionalmente anche una scelta, un atteggiamento, di politica non solo ecologica, ma culturale. Per gli ecologisti della prima o dell'ultima ora, o semplicemente persone che vogliono seguire costumi migliori per quanto riguarda l'alimentazione, la parola green incoraggia verso il benessere.

E poi c'è un terzo motivo: usiamo la parola green per intendere una speranza, la libertà.. pensa alla green card per entrare negli USA.

Pensavo anche al fatto che green si può intendere riferito a qualcosa che non muore mai, riflettiamo sul valore di eternità che ha la scrittura

Anche questo è interessante e ti ringrazio, forse mi è sfuggito pensando al titolo. Sì, il potere della scrittura da un punto di vista metaforico è il potere di rinverdire per esempio le memorie, ciò che abbiamo vissuto e ricomincia a rispuntare di nuovo. La scrittura ha un potere di zappa, di rastrello, ridà ossigeno a ciò che pensavamo assolutamente dimenticato e scomparso

Per scrivere green è necessario essere grandi lettori del genere natura. Ci puoi spiegare in che senso?

Innanzitutto il genere natura vive di verde proprio e vivrebbe anche se noi non la pensassimo e non la raccontassimo. In realtà la mia tesi, che apparve già nel mio libro La religiosità della terra, è che noi abbiamo un dovere nei confronti della natura che ha tante voci e tante forme di acustiche per comunicare ai nostri sensi. La natura, compresi gli animali, non possiede un linguaggio come lo intendiamo noi, possiede un linguaggio ma non la possibilità di raccontasi in prima persona. Raccontare la propria storia è una prerogativa soltanto umana, prerogativa che abbiamo conquistato dopo millenni e millenni di tirocinio nel tentativo, anche poi vano, di staccarci completamente dalla Natura. La Natura siamo noi, noi siamo corpo, mortalità e tutto ciò a volte lo vogliamo osservare distrattamente in altri esseri diversi da noi ed è un bene, un esercizio di mitezza, di abbassamento del nostro orgoglio: guardarci così come la Natura ci insegna dove tutto nasce, muore e rinasce

Dovremmo tornare ai classici come Ovidio, gli Umanisti, i Romantici... per comprendere meglio noi stessi, dunque?

Sì, oggi si parla anche di una letteratura terapeutica... rileggere i classici vuol dire sorprendersi, per esempio rileggendo le poesie di Saffo del VI sec. a. C. c'è da rimanere meravigliati perché assisti innanzitutto alle prime manifestazioni poetiche di rappresentazioni della natura che non compare più come sfondo, ma entra nella parola poetica e testimonia i primissimi rapporti tra io, io narrante narrante e una natura esterna. Tutto ciò ci ha aiutato anche a confermare il senso della nostra soggettività, del nostro egocentrismo e purtroppo della nostra egolatria.


Quando si è egolatri, cioè quando si ha un culto sfrenato del proprio io?

Quando non diamo del tu alla Natura in una correlazione tra l'io e il tu che non riguarda solo il mondo delle persone, ma anche tutto ciò che ci appartiene. Pensiamo all'ultima enciclica di Papa Francesco, Laudato sii, è uno dei documenti più interessanti dal punto di vista di una teologia della Natura perché sostiene in modo francescano questa interazione tra noi e, per un credente, il creato, mentre per un non credente il cosmo

Scrivere di sé è ri-trovare per non perdere le proprie radici, in questo caso non stiamo parlando solo di radici culturali ma naturali nel significato primo di Natura

Quando scriviamo di noi stessi, anche se ci riferiamo al presente, scriviamo a memoria della prima impressione che traemmo con il primo contatto con una pianta, con un pesce rosso: con l'altro da noi. Ciò che oggi si chiama il vivente non umano nel confronto del quale dovremmo nutrire rispetto, compassione e attenzione. Quindi prima ancora di un'esperienza culturale è sicuramente un'esperienza di carattere biologico perché anche in questi ricordi apprendiamo che non siamo soli al mondo e che anche una pianta vive. Ci sono forme di vita attorno a noi che ci avvertono della differenza e della distanza, il problema è come accorciare queste distanze senza prevalere nei confronti di queste altre forme non umane e come trovare un equilibrio sostenibile tra specie diverse.

La scrittura green si rivela dunque la più antica, voglio dire che evoca ricordi arcani e legati alla nostra parte più spontanea perché legata all'emozione della natura da cui tutti “nasciamo”. Molte persone non amano la Natura, questo tuo libro potrebbe aiutarle ad entrare in contatto con ciò che forse hanno dimenticato?

La Natura non è amata per moltissime ragioni tra cui la paura, ci fa paura perché rappresenta un mistero insondabile. Pensiamo alle origini del mito: è stato attribuito alle divinità, pensiamo a Gaia o Demetra, tutto ciò è rimasto nel nostro inconscio, quindi c'è un rigetto. Ma l'altro aspetto importante che affermo come filosofo dell'educazione è che non esiste una consuetudine ad educare alla Natura che oggi è vista con fini consumistici. La utilizzi per sciare, per nuotare, per fare surf, per andare in bicicletta, ma senza saperti guardare intorno

Non riesci a lasciarti andare a percepire quello che ti sta intorno

No, non sai guardare intorno e quindi non puoi comunicare ai giovani alcuni piaceri che, per diverse generazioni anche recenti, abbiamo vissuto. Come si vive una gita in montagna oggi non ha nulla a che vedere con quello che ho vissuto ad esempio io. Il piacere di sdraiarsi nell'erba, stare ore con mio zio ad aspettare che un pesce abboccasse e nel frattempo godere di ciò che ci circonda: oggi si creano gite organizzate ciacolanti, non c'è rispetto per il silenzio, c'è una profusione di story telling all'infinito che non producono senso. Ciò ci allontana inevitabilmente dalla Natura.


C'è bisogno di una diversa educazione ambientale?


Sì, e il mio libro la vuole proporre e quando non è possibile un contatto diretto con la Natura è possibile l'accostamento ai classici, ma anche con libri bellissimi che vengono prodotti per i bambini dove il contatto con la Natura è un punto di riferimento; del resto i bambini sono affascinati dalla Natura finché non vengono distolti da altri interessi e in questo la tecnologia fa la sua parte. Forse siamo già in una fase di transizione verso una specie semi-umana

Infatti ne parlava qualche anno fa il filosofo Derrick De Kerckhove quando diceva che i media sarebbero diventati un prolungamento del nostro corpo....

Un'ultima domanda: esiste la pet terapy, possiamo parlare di green terapy?

La pet terapy fa parte della green terapy perché la Natura è il tutto

È vero!

Anche la scrittura è in relazione alla green terapy, potremmo parlare di write terapy. Ma anche semplicemente di cura verso noi stessi attraverso un'attenzione nei confronti della Natura. L'attenzione cresce se usi la penna e scrivi: ciò che hai percepito attraverso i sensi quando diventa scrittura prolunga ancora di più questa emozione. Quando noi rileggiamo le pagine che narrano l'esperienza con la natura è come se si riattivasse una risonanza cosmica e la scrittura diventa la grande mediatrice tra noi e la natura esterna divenendo fonte di riconciliazione. Del resto tutti i grandi scienziati, romanzieri e poeti non hanno fatto altro che scrivere di Natura.

Maria Giovanna Farina - febbraio 2016 © Riproduzione riservata



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